Pisa, ottobre 2008.

Nelle occasioni cerimoniali come quelle di apertura delle scuole, “parlare della pace” è diventato quasi obbligatorio. Come se fossero i bambini a contribuire all’assenza della pace. Invece no. La mancanza di pace, che guarda caso non sempre corrisponde alla presenza di una guerra in atto, è un affare da adulti. I bambini subiscono, i bambini portano la ferita della mancanza di pace. La proporzione tra essere e vivere in pace in una società, si misura con lo stato di benessere dei bambini; quanto più sereni crescono i bambini tanto più una società vive in pace.

In questi giorni, durante i quali, per forze maggiori, ho avuto molto tempo per stare con Mohamed, da solo, in ospedale, ho pensato ad altri bambini che non hanno l’attenzione e le cure che, per mia fortuna, lui sta ottenendo dai medici e dal personale della corsia, da noi genitori e dai nostri amici, colleghi e dai suoi amici di scuola. Sarà forse anche un modo per non pensare molto a ciò che ci sta succedendo, di deviare il mio pensiero dalla preoccupazione fissa e dalla paura, di colmare una mia debolezza, di distogliermi dall’angoscia di perdere, in modo prematuro, la cosa più preziosa che io abbia mai avuto dalla vita. Mio figlio. La malattia di Mohamed non è semplice, mi rendo conto, e soprattutto mi rendo conto che da oggi, l’abitudine della mia vita quotidiana è cambiata; da cui forse anche il mio modo di pensare e di vedere i problemi degli altri.

Gli occhi dei bambini non hanno un colore, così come un colore non ce l’ha il loro bisogno di cure, di nutrizione, di protezione, di amore; non può esistere un trattamento diverso da bambino a bambino. Ovunque sono, i bambini sono indifesi. Non hanno una religione, non credono se non all’amore degli adulti che gli stanno vicino in quel momento. La pace vera tra gli adulti si raggiunge quando i bambini crescono sereni fra gli adulti. Al contrario, anche se gli adulti non si sparano con i fucili, anche se non cadono le bombe e non c’è una guerra in corso, anche se si vive apparentemente in pace, dove c’è il lamento di un bambino, certo è che non si vive in pace realmente.

I bambini, ovunque nascono, sono le speranze del futuro. Sono la scommessa della vita, e si sa se una scommessa è vincente, solo dopo aver scoperto le carte. Si sa se la vita progredisce solo quando un bambino cresce sano e sereno. In guerra, in carestia, nello sfruttamento o nelle altre forme di mancanza di pace, i bambini sono i più vulnerabili, vittime del caso; spesso anche prima e per colpa di quegli adulti che dovrebbero proteggerli. L’albero della pace cresce con la gioia dei bambini.

L’albero della pace
L’albero della pace,
Di radici ben nutrite,
Con saggezza dei bambocci,
Di chi vive innocente;

L’albero della pace,
Ramoscelli cresciuti,
Con la gioia dei marmocchi,
Di chi giova contentezza;

 

L’albero della pace,
Di fiori sbucciati,
Con sorriso dei bimbetti,
Di chi nutre speranza;

 

L’albero della pace,
Di frutti maturati,
Con dolcezza dei piccini,
Di chi nasce in amore;

 

Quest’albero della pace,
Al pianto dei fanciulli,
Al dolore dei mocciosi,
Alla fame dei bambini,
E l’angoscia del futuro,
Ha radici della pace,
Ramoscelli mal nutriti,
Regrediti dismisura,
Con fiori smarriti,
E frutti molto amari.

Jama Musse Jama, Pisa.